Un anno fa l’avventura a Kinshasa

un anno fa

Un anno fa…

un anno faÈ già passato un anno. A quest’ora, 12 mesi fa, io ed Erica ci trovavamo circondati dall’affetto di 130 piccole anime che vivono a Casa Marisa. Dopo aver affrontato 11 ore di volo e due ore di automobile nel grande caos di Kinshasa, eravamo arrivati per la seconda volta nella terra natia dei nostri figli. Per chi non ci conosce non siamo marito e moglie, ma entrambi abbiamo vissuto l’esperienza dell’adozione dei nostri figli insieme. Ed è da quella esperienza che è nata l’amicizia fra le nostre famiglie e… anche la nostra associazione. A distanza di otto anni, quindi, stavamo ripercorrendo la via che ci aveva portato a diventare quelle che suor Benedetta chiama “famiglie internazionali”. Varcare la soglia di Casa Marisa ci ha proiettati in un turbinio di emozioni indescrivibili, in una casa diversa da quella che ospitava i nostri ragazzi nel 2011 e che avevamo visto solamente in fotografia. Certo con Tribù del Mondo, nel tempo, avevamo lavorato per migliorare le condizioni di vita dei ragazzi e la casa stessa, ma non c’è modo migliore di toccare con mano e vedere con i propri occhi, per rendersi conto di quale sia la realtà nella quale ci eravamo introdotti.

Una non facile partenza

Non è stato facile per me tornare in Congo, perché la prima esperienza non era stata propriamente quella che si può definire una gita di piacere. E se da un lato avevo una grande curiosità di capire tante cose riguardanti questa realtà per la quale ci impegniamo e di come è cambiata nel tempo; dall’altra avevo mille e più paure, legate anche alla situazione vissuta con l’adozione della mia terza figlia, coinvolta nel blocco delle adozioni, che ha prolungato il suo soggiorno proprio a Casa Marisa di due anni e mezzo rispetto al previsto. In quel caso non ci era stato consentito di raggiungere i nostri bambini in Congo, ma eravamo dovuti andare ad incontrarla nel centro di addestramento della Polizia di Stato di Spinaceto… ma questa è un’altra storia.

La realtà è ben altro!

Eppure, è bastato varcare quel cancello rosso per aprirmi totalmente ad un altro mondo. Visi, sorrisi, sguardi intensi. Innocenti e bisognosi d’amore quelli dei piccoli; comunque cordiali, ma anche giustamente indagatori, quelli dei più grandi, come a domandarsi: «chissà perché questi uomini bianchi hanno tutto questo interesse per questa casa»? A dividerci la lingua, ad accomunarci la grande voglia di conoscerci. Loro, affascinati dal nostro strano e slavato colorito della pelle; noi letteralmente rapiti dalla loro allegria e dal loro affetto decisamente fisico. Una cascata di abbracci che oggi, considerato quello che stiamo vivendo, non sarebbe certo possibile, ma sarebbe comunque inevitabile.

Sono rimasto ammirato da questa piccola comunità, che concentra 140 persone attorno ad una struttura di 1.200 metri quadrati complessivi. I più grandi, in realtà, dormono in due altre case; ma il fulcro della loro vita ruota tutto intorno a questa piccola casa, difficilmente raggiungibile in automobile. In quello che io stesso ho definito a Mam Benedicta un “casino perfettamente organizzato” tutti hanno un loro ruolo preciso e un loro compito. L’istituto che avevo lasciato nel 2011 aveva una popolazione anagraficamente giovanissima, ora Casa Marisa è popolata anche da tanti adolescenti: il blocco delle adozioni ha segnato la loro vita, costringendoli a crescere fra queste quattro mura e non in una famiglia come sarebbe stato giusto che fosse. Sono tanti, potenzialmente difficilmente gestibili e, invece, attaccatissimi alla loro comunità e bravissimi nell’aiutare e accudire i più piccoli. A Casa Marisa si diventa adulti presto.

L’acqua

Andare a procurarsi l’acqua è una delle esperienze vissute insieme a loro che mi rimarrà sempre impressa. Bambini di 40-45 chilogrammi, capaci di trasportare per 500 metri, camminando nella sabbia, una tanica di acqua pesante la metà di loro dal pozzo alla casa. Io, grande e grosso, ho patito le pene dell’inferno per portarne qualcuna a destinazione, subendo anche l’umiliazione di una richiesta di cambio da parte di una di queste ragazzine che, arrivando forse ai 40 chili, si offriva di portarmi la tanica a casa al mio posto. «Voi siete stanco papà Fabrizio, dovete riposare, ci penso io». Già sul “voi”, segno di profondo rispetto nei miei confronti, ho provato un forte senso di imbarazzo. Rosso paonazzo e colpito nel profondo dell’orgoglio del mio machismo, ho garbatamente e fermamente rifiutato l’aiuto offertomi, portando la mia “croce” fino a casa, con la consapevolezza che quel gesto valeva molto di più per me che per loro… che tanto dopo la mia partenza si sarebbero comunque trovati a fare questo lavoro. La necessità della realizzazione di un pozzo in casa è di importanza vitale.

Cosa è Casa Marisa oggi

Se nell’anno 2011 avevo lasciato un luogo dove veniva garantita ai bambini la sopravvivenza, ma dove regnava anche la legge del più forte; qui, invece, si respira un’atmosfera decisamente diversa. Condivisione e senso comunitario prevalgono sugli istinti. E questo è il risultato di un progetto educativo portato avanti dai chi si occupa di loro in casa e nel quale il ruolo della scuola è fondamentale. Non ho trovato bambini incattiviti da una situazione che noi, in questo periodo, definiamo “reclusione casalinga”. Mam Benedicta, con la sua squadra di giovani e validissimi collaboratori, sta svolgendo un lavoro immenso, provando a costruire un futuro per questi ragazzi, dall’attività nell’orto al nuovo progetto di una mini-scuola professionale per insegnare dei mestieri ai più grandi.

Insieme ad Erica ho vissuto momenti intensi, dalla gioia della festa per la Pasqua e per i battesimi di una ventina di ragazzi, alla visita nella loro scuola dove, se non paghi la retta, non entri in classe. E ancora la visita guidata all’orto dove lavorano una decina di contadini, pagati dall’orfanotrofio attraverso il sostegno delle associazioni, per favorire gli approvvigionamenti della frutta e della verdura. L’assistenza medica ai colpiti da malaria, ma soprattutto la vita comunitaria scandita da riti giornalieri.

Diventa difficilissimo descrivere che cosa ho provato, non ci sono parole per descrivere le emozioni che ho vissuto in quegli otto giorni. Gioia e dolore, soddisfazione e frustrazione, orgoglio e senso di inadeguatezza, delusione e speranza, scoramento e fede; sono solo alcuni dei sentimenti contrastanti che mi sono trovato a vivere. Ho una sola certezza, conservo questa settimana nel profondo del mio cuore perché come dice sempre Bendetta: davanti ad uno dei suoi «che situazione!!!» espresso di fronte ad uno dei mille insormontabili problemi da affrontare, si affianca sempre un

«CE LA FAREMO»!!!

 

 

2 thoughts on “Un anno fa l’avventura a Kinshasa

  1. MARIA MANCINELLI says:

    GRAZIE A VOI DI QS. BELLA TESTIMONIANZA. ED IMPEGNO.
    GRAZIE A MAM.BENEDETTA CHE E ANCHE MOLTO SENSIBILE ALLA ISTRUZIONE.
    E UN VALORE IMMENSO CHE BESSUNO MAI CI POTRA TOGLIERE E DI CUI TUTTI ABBIAMO DIRITTO.

    GRAZIE ANCHE A TUTTI I COLLABORATORI CHE INCESSANTEMENTE AIUTANO QS. BAMBINI. RAGAZZI ORMAI.
    NOI TUTTI VI AIUTIAMO DIA MATERIALMENTE CHE SPIRITUALMENTE.
    INFINE GRAZIE AD ERICA E FABRIZIO DELLA LORO A VOLTE FATICOSA TESTIMONIANZA.

    • Fabrizio says:

      La testimonianza non è mai faticosa, anzi! Siamo contenti di aver vissuto una settimana così intensa se pur molto breve, il tempo è davvero volato. Ci sarebbe piaciuto poterci fermare qualche giorno di più, ma in cuor nostro sappiamo che lì, un giorno, torneremo ancora!

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